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Italia, è ora di cambiare

Come nel ’58, 60 anni dopo, niente mondiale. La Svezia strappa il pass per la fase finale del mondiale. Forsberg e compagni vanno in Russia, noi, l’Italia, andremo al mare. È il fallimento ritardato del nostro calcio, messo a nudo da vizi noti e da un complesso di contingenze neanche tanto fortunate.

Ventura ci mette il carico infilandosi nell’imbuto folle di scelte incomprensibili e paga per tutti.  E poco importa chi ne prenderà il posto. La botta va elaborata quanto un lutto e non è questa la sede per esprimere giudizi affrettati.

Il problema del nostro calcio è profondo e viene da lontano. È a sufficienza attuale. Alcune costanti presenze nelle grandi manifestazioni ci hanno distratti, ci hanno fatto dimenticare una crisi cronica, quasi di principio. L’inganno è durato parecchio ma il vizio c’era, c’è sempre stato e siamo stati colpevoli a non dargli il giusto peso. È una crisi, purtroppo, che prende piede dal non più frequente impiego dei nostri calciatori nel nostro campionato.

Gli organici delle prime cinque in classifica, in serie A, comprendono il 37,3% di italiani e il 62,7 di stranieri. Molti degli italiani non sono titolari e soltanto il 20% comincia una partita dall’inizio. Anche le squadre Primavera sono piene di stranieri. Più di un club ha in organico il 50% di stranieri. I nostri giovani hanno scarse possibilità di affermazione. Sono troppo pochi quelli che ce la fanno e sono altrettanto pochi quelli che possono diventare dei Campioni.

In più aggiungiamoci altro. La Serie A è inferiore per valori economici e risultati rispetto ai maggiori campionati europei. Forse soltanto la Ligue 1 potrebbe considerarsi al nostro livello. E relativamente agli anni 2000 non c’è da stare allegri se consideriamo che la Nazionale ha vinto l’ultimo Mondiale nel 2006 con Lippi e che nel 2010 (Lippi) e nel 2014 (Prandelli) è uscita di scena al primo turno, vincendo una sola partita su sei. A livello europeo, più o meno nello stesso periodo, magre soddisfazioni, tranne le gestioni di Zoff e Prandelli che ci hanno fatto sognare. Due finali perse in modo diverso, poi mezzi risultati. Due uscite ai quarti di finale con Donadoni e Conte, nel 2008 e nel 2016, senza dimenticare che non vinciamo un titolo dal 1968, l’unico trionfo in bacheca.

E allora di cosa ci meravigliamo? Davvero speravamo nella partita della vita? In questo assemblaggio confuso e disperato di uomini nell’atto conclusivo? Possiamo dire quel che vogliamo. Possiamo dire che è tutta colpa di Ventura, che ha perso il comando nella notte del Santiago Bernabeu contro la Spagna lo scorso settembre. Per colpa delle prestazioni con Macedonia e Albania. Per aver sottovalutato un ridimensionamento tecnico da brividi. Per colpa di alcune scelte cervellotiche ed eccessivamente sperimentali. Possiamo dire tutto e il suo contrario. Potremmo dirne tante, ma ora serve a poco. Ventura, però, passerà alle cronache di ogni era. È suo il volto perdente di questo pezzo di storia azzurra. Ma Ventura non è che il malcapitato di turno, un allenatore che non ha saputo avere la freddezza necessaria del selezionatore.

Ventura, che avrebbe dovuto avere più lucidità , non è che lo specchio appannato del nostro movimento che non ha stonato soltanto nella notte fredda di San Siro ma che stona da diversi anni. Il finale commovente, generoso e confuso contro la Svezia avrebbe meritato miglior sorte evidenziando allo stesso tempo tutti i limiti oggettivi di questa squadra. Il pianto di Buffon a fine partita sintetizza il disastro e supera ogni altra considerazione. La vecchia guardia saluta. Siamo questi, ora, e non sappiamo cosa e chi saremo nel breve periodo. Il futuro non sembra radioso, ma di certo non siamo più quelli forti di una volta. Prendiamone coscienza. Dopo questa eliminazione, questo autentico fallimento, è cominciato l’anno zero del calcio azzurro e non solo. Senza più Ventura ma con un mare di problemi ancora da risolvere.