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Il braccio di ferro petrolifero tra Russia e Arabia Saudita

Alla fine i paesi produttori, sia quelli aderenti all’Opec che quelli non Opec, hanno deciso di estrarre meno petrolio. Dietro alle dichiarazioni di facciata (“Sono felice di annunciare che la soluzione è stata presa all’unanimità”, ha detto il ministro dell’Energia saudita nonché presidente di Saudi Aramco, Khalid al-Falih) il braccio di ferro è stato lungo e combattuto tra i due Paesi leader dei rispettivi schieramenti, Arabia Saudita e Russia.

A Vienna giovedì scorso è stato deciso di prolungare i tagli alla produzione di greggio a tutto il 2018 (il termine dell’intesa precedente scadeva alla fine di marzo). I 24 paesi dell’Opec Plus (10 non Opec e 14 Opec) che hanno siglato l’intesa, estenderanno i tagli di 1,8 milioni di barili al giorno (1,2 milioni di barili in capo al cartello gli altri 600.000 dai non Opec) fino alla fine del prossimo anno con una revisione a giugno. Questa volta, rispetto all’intesa del 2016, ai tagli dovranno partecipare anche Libia e Nigeria che erano stati esclusi precedentemente per la delicata condizione politica in cui si trovano. Entrambi i Paesi non dovranno aumentare la produzione rispetto ai livelli del 2017. Dopo la ratifica dell’intesa un articolo di Bloomberg titolava: “Putin si incorona re dell’Opec”.

Il fulcro della questione, infatti, è tutta nel braccio di ferro e alla revisione prevista a giugno. L’aggiornamento è stato voluto fortemente da Mosca che non era d’accordo ad una estensione secca fino a dicembre 2018. Contrari invece i sauditi che però hanno perso la battaglia. “In vista delle incertezze associate principalmente con l’offerta e in una certa misura anche con la crescita della domanda è inteso che a giugno 2018 verrà considerata l’opportunità di ulteriori azioni di aggiustamento”, si legge nel documento. La prova della vittoria russa. La revisione, in realtà, ha lasciato diverse perplessità tra investitori e analisti del settore che preferiscono avere un quadro chiaro. Rivedere l’intesa a primavera significa, nella sostanza, un prolungamento fino a quella data e non di 9 mesi come è stato sbandierato.

Ma perché la Russia ha insistito tanto per rivedere l’intesa tra sei mesi? Perché al presidente Vladimir Putin, al ministro dell’Energia, Alexander Novak e al potente amministratore delegato di Rosneft, Igor Sechin, il prezzo del petrolio attuale va più che bene. Molto meno a Riad che vorrebbe massimizzare i profitti, provando a far salire ancora di più il prezzo. Mentre russi temono inoltre che un amento delle quotazioni potrebbe rilanciare l’industria di shale oil americana.

Il ministro saudita al-Falih ha spiegato che questa “contribuisce a soddisfare la forte domanda di petrolio e il declino della produzione” in altre zone del mondo. Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, sul Sole 24 Ore ha scritto che “le vere ambizioni dell’Arabia Saudita puntano a un prezzo superiore ai 70 dollari per finanziare gli investimenti che ha in mente il principe Mohammed bin Salman”. La battaglia tra Russia e Arabia Saudita è iniziata, a giugno il secondo round.