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Migranti: Ue lavora a centri sorvegliati e a meccanismo provvisorio di coordinamento

Al di là del dato statistico il sorpasso da parte degli Usa di Russia e Arabia Saudita come principale produttore di petrolio al mondo è un fatto importante che potrebbe dare adito a conseguenze rilevanti. Secondo il Dipartimento dell’Energia Usa infatti nel 2019 la produzione petrolifera supererà sia quella dell'Arabia Saudita che quella della Russia raggiungendo una produzione media di 10,8 milioni di barili al giorno nel 2019, con un picco di oltre 11 milioni di barili al giorno entro novembre dello stesso anno.

Quest’anno, secondo l'Energy Information Administration (EIA, agenzia del Dipartimento dell’Energia), la produzione petrolifera raggiungerà in media i 10,3 milioni di barili al giorno nel 2018, registrando i livelli di produzione più alti nella storia del Paese. Nel 2017, la Russia ha prodotto una media di quasi 11 milioni di barili al giorno, mentre l'Arabia Saudita ha raggiunto una media di circa 10 milioni di barili. Entrambi i paesi, tuttavia, hanno concordato di rallentare la produzione al fine di aumentare i prezzi. A Vienna lo scorso dicembre c’è stato un braccio di ferro tra Mosca e Riad sulla necessità di inserire, nell’accordo tra i paesi Opec e quelli non Opec, una revisione a giugno. Alla fine l’ha spuntata il potente ministro dell’Energia russa Alexander Novak. “In vista delle incertezze associate principalmente con l’offerta e in una certa misura anche con la crescita della domanda è inteso che a giugno 2018 verrà considerata l’opportunità di ulteriori azioni di aggiustamento”, c’è scritto nell’intesa. Tre righe che significano tanto e aprono alla opzione di porre un termine ai tagli produttivi (1,8 milioni di barili al giorno) che vanno avanti dall’inizio del 2017.

Ma perché la Russia vuole valutare le condizioni del mercato a primavera per decidere, eventualmente, uno stop ai tagli? Perché per Mosca gli attuali livelli dei prezzi vanno più che bene, togliere il tetto alla produzione le consentirebbe di guadagnare di più. Contraria a tale ipotesi, invece, Riad che avrebbe voluto un’estensione delle limitazioni tout court fino alla fine del 2018 per far salire ulteriormente le quotazioni e procedere alle riforme (tra cui l’Ipo di Saudi Aramco) progettate dal principe Mohammed bin Salman con meno pressione e, soprattutto, meno deficit pubblico.

Certo l’andamento dei prezzi del greggio negli ultimi giorni potrebbe cambiare le carte in tavola. La ripresa economica generale, le tensioni geopolitiche (Iran su tutte) e gli effetti dei tagli hanno provocato un balzo del Brent del 141% da due anni a questa parte: dai 29 dollari di gennaio 2016 (minimo da 13 anni) ai quasi 70 di oggi (era dal dicembre 2014 che non si vedevano prezzi simili). Alla base della contrarietà dell’Arabia Saudita a una revisione dell’intesa Opec Plus a giugno c’era anche un tacito accordo con gli Stati Uniti per non penalizzare troppo le compagnie shale americane oltre all’alleanza, in questa caso politica, contro l’Iran.

Tra le cause del crollo dei prezzi nella seconda metà del 2014 infatti ci sono le società Usa attive in questo settore. Non è un caso infatti che i produttori sia dell’Opec sia non aderenti al cartello abbiano aspettato più di due anni per intervenire. C’era la volontà di fare scendere il prezzo per mettere fuori gioco molte di queste. Alla luce dell’aumento della produzione di petrolio statunitense si può dire che questo obiettivo sia stato mancato (secondo l’Eia 2/3 del petrolio verrà proprio dai giacimenti shale da qui al 2019). Raggiunto invece quello di far aumentare le quotazioni. Vedremo ora cosa succederà perché con un prezzo a 70 dollari lo scenario e le alleanze nel risiko dell’energia potrebbero cambiare velocemente.