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Italia-Svezia, le lacrime di Buffon in diretta tv dopo il match - Corriere.it

Per il portiere è stata l’ultima partita in nazionale

Non è mai sembrato tanto vecchio Gigi, mai. Il camminare lento, difficile, sofferto, San Siro muto, muto come lui, come noi, come tutti. È appena finita, è appena finito tutto, Gigi si guarda attorno, stranito, come fosse uno scherzo, un tremendo sogno dal quale svegliarsi, e basta. Invece no, è tutto vero. Italia fuori dal Mondiale, Gigi fuori dal Mondiale.

Mai è stata tanto lunga la strada dalla porta allo spogliatoio, mai. Un passo, due passi, tre, un golgota che non finisce mai, un’inesauribile uscita di scena che è l’immagine di tutto quanto. I compagni gli si avvicinano, lo accarezzano, come se il centro del dolore fosse proprio lì, fosse Gigi, gli occhi rossi, le mani grandi a provare a coprire le lacrime. Ora è il momento dello choc, per la rabbia e i processi ci sarà tempo.

Intanto c’è Gigi, il suo dolore. Perché questa Waterloo è un dolore doppio, per lui ma anche per tutti. In fondo la caduta di un eroe è una caduta di tutti, un dolore collettivo. «Dispiace tanto non per me, ma per il movimento — le sue prime parole che si fanno strada tra i singhiozzi —. Abbiamo fallito qualche cosa che anche a livello sociale poteva essere importante. Questo è il rammarico che ho, non perché chiudo, perché il tempo passa ed è giusto così. Mi dispiace solo che l’ultima partita ufficiale sia coincisa con l’eliminazione».

Gigi non è solo Gigi, Gigi è di tutti, un’icona generale. È stato un minorenne sbarbato e sbruffone che saltava come un grillo, ma anche un quarantenne saggio e autoironico, che ieri sera è stato il primo ad applaudire l’inno svedese, mentre San Siro fischiava, e il primo a cercare una spiegazione quando tutto è finito. «Sicuramente non siamo riusciti a esprimere il meglio, ci sono mancate l’energia e la lucidità per fare gol. È stato uno spareggio deciso dagli episodi. E se vanno male probabilmente hai delle colpe. Il c.t.? Ha le colpe che abbiamo tutti».

È cresciuto insieme a noi, Buffon. Sarebbe stato il sesto Mondiale, come lui neppure uno mai, e chissà quanto avrebbe retto quel primato. Che poi un primato lo è lo stesso, ma condiviso: in cima al podio ci sono anche Matthaus e il portiere messicano Carbajal. La sequela di Buffon resterà: 1998, 2002, 2006, 2010, 2014. Niente 2018. Sarebbe stato chiudere un cerchio: laggiù era cominciato tutto il 29 ottobre 1997, vent’anni fa, in mezzo 175 battaglie, 40 delle quali da capitano, e soprattutto la Coppa del Mondo del 2006. Dalla Russia alla Russia, che storia sarebbe stata. E invece eccolo lì, svuotato. E viene da pensare a che anno è stato, che anno strano. Una giovinezza ritrovata, il sesto scudetto consecutivo, la candidatura al Pallone d’Oro. Ma anche l’anno di Cardiff, della maledizione della Champions, persa in finale per la terza volta, la più dolorosa. Chissà, magari per la coppa dalle grandi orecchie un’altra chance ci sarà ancora, a Kiev. Sarà, sarebbe, l’ultima occasione prima di consegnare un’eredità pesantissima. «Sicuramente c’è un futuro per il calcio italiano, perché abbiamo forza e orgoglio e dopo le cadute sappiamo rialzarci. Lascio a ragazzi in gamba, da Donnarumma a Perin, che non mi faranno rimpiangere. Se abbiamo lasciato un modello, resterà qualche cosa».

Oggi resta solo un grande silenzio, un grande silenzio collettivo. Dalla Russia alla Russia, alfa e omega, che storia sarebbe stata, caro vecchio Gigi.