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Conti pubblici: anno nuovo, vizi vecchi

Che anno sarà il 2018 per l'economia italiana? La domanda sorge spontanea spianando il nuovo calendario sul quale intanto annotiamo gli immancabili, irritanti rincari. Scoraggia rendersi immediatamente conto che il quesito si porta dietro decine di nodi non risolti che peseranno fatalmente anche sui dodici mesi che ci attendono. Con un'aggravante: fra due mesi esatti andremo alle urne, per cui trascorsi 60 giorni di immobilismo nei fatti e di fantasmagoriche promesse nei talk show elettorali (sul taglio delle tasse si è già scatenata una funambolica sfida nonostante l'appello di Mattarella alla moderazione) dovremo poi sperare che si riesca a formare un governo e che l'agenda economica del Paese venga affrontata velocemente.

Già, perché è vero che siamo entrati nel 2018 incoraggiati da un innegabile miglioramento generale - Pil +1,5%, tasso di disoccupazione in lenta discesa, export in salute - però basta mettere il naso fuori dai confini per rendersi conto che gli altri Paesi europei corrono più di noi in media dello 0,6/0,7% in termini di Pil anche se sarebbe stato lecito attendersi un rimbalzo maggiore proprio dall'Italia che la crisi l'ha pagata a prezzo molto più caro di altri. Conti alla mano, il nostro ricavo pro-capite è ancora più basso rispetto al 2007.

Eppure, trainati dalla ripresa economica europea e aiutati dal cocktail di tassi bassi, anzi sotto zero, e di acquisti di titoli di Stato da parte della Bce, ci siamo in qualche modo ripresi senza però risolvere buona parte dei problemi strutturali: in primis il debito pubblico ai massimi storici con un necessario cresciuto ancora per colpa dei salvataggi bancari (a dimostrazione che l'imprevisto è sempre dietro l'angolo). E poi c'è l'eccessivo peso della burocrazia: 33 miliardi di euro all'anno, 8mila in media per ogni piccola impresa, una follia. E ancora: liberalizzazioni ingabbiate, investimenti in logistica e infrastrutture insufficienti, la riforma degli appalti pubblici ancora zoppa, un fisco perennemente ingordo, un'emorragia di cervelli in fuga verso l'estero tutt'altro che compensata dagli sbarchi disperati dei migranti economici dal Mediterraneo. E potremmo continuare.

Ecco, quello che inquieta è non aver saputo approfittare delle condizioni straordinarie venutesi a creare in questi anni per riformare il Paese, partendo da fisco e debito pubblico, e nel 2018 ci ritroviamo al punto di partenza, costretti a incrociare le dita perché qualche choc lontano da noi non innesti un'altra ondata di crisi che questa volta potrebbe davvero travolgerci.

La spesa pubblica - va riconosciuto - negli anni ha spostato il baricentro verso la competitività delle imprese e le politiche del lavoro (Industria 4.0 e Jobs act, ad modello) però siamo molto carenti in ricerca e innovazione, comunicazioni, agricoltura, turismo. Occhio, il quadro evolve velocemente: nel 2018 il Quantitative Easing di Draghi ha già iniziato a ridursi, il costo delle cedole da pagare per i titoli di Stato, pur in calo rispetto allo scorso anno, sarà superiore ai 50 miliardi di euro, un conto ben più salato rispetto a Francia o Spagna (e per fortuna che la raccolta si dovrebbe fermare sotto i 400 miliardi), l'euro risalito pericolosamente sopra quota 1,20 sul dollaro non sta aiutando le nostre esportazioni, che tra l'altro continuano a scontare anche le assurde sanzioni alla Russia.

L'anno che sta arrivando - cantava Lucio Dalla - fra un anno passerà. Il azzardo è che passi invano.