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Scritti dall’estetica «intermittente»

Alla Fiera del libro di Mosca, “Non/Fiction”, dove l’anno prossimo l’Italia sarà ospite d’onore, ho incontrato lo scrittore Viktor Erofeev, una delle voci più prestigiose della letteratura russa contemporanea ( da non confondersi con Venedikt Erofeev, autore di Mosca sulla vodka). L’enorme edificio squadrato - Central house of artists, dinanzi a Gorky Park - che ospita la manifestazione, è un parallelepipedo di sovietica monumentalità, tuttavia al centro di un paesaggio innevato e sgranato dalla nebbiolina del fiume diventa quasi fiabesco.

Erofeev, nato a Mosca nel 1947, vissuto molto a Parigi, laureatosi in filosofia con una tesi su Dostoevskij e l’esistenzialismo, è tornato a vivere nella capitale. La sua opera fu messa al bando nella Russia sovietica per la collaborazione con i dissidenti, fino al 1988 e alla presidenza Gorbaciov. Dei suoi libri ricordiamo La bella di Mosca (poi film, con la regia di Cesare Ferrario, nel 2001), Il buon Stalin e L’enciclopedia dell’anima russa. Per la conversazione ho chiesto l’aiuto di Olga Strada, direttrice dell’Istituto di Cultura, anche se Erofeev mi dice con un sorriso compartecipe di capire bene l’italiano. Lo interrogo subito su una questione delicata. In Russia la letteratura è stata più che in altri Paesi la forma principale dell’autocoscienza della nazione (vedi ad modello il culto delle case-museo degli scrittori). Durante il periodo sovietico si diceva che almeno il popolo russo era un divoratore di libri (la letteratura come bene-rifugio), e le commesse dei grandi magazzini leggevano Tolstoj... Ma è ancora così? Erofeev mi risponde con il suo sguardo un po’ trasognato e spiritoso: «Le commesse allora come oggi sognano l’amore! Certo, un tempo lo scrittore qui era una figura più importante di quella di un ministro: gli si chiedeva come educare i figli o dove sposarsi. Oggi non è più così. Il suo status si è ridimensionato, ma non tanto come ad modello in Italia, che ha superato tutti! Comunque in Russia lo scrittore resta un “maestro di vita”, e la gente legge i romanzi per tentare di comporre un qualche mosaico, una “collezione di valori”. Dove altro potrebbe farlo?». Bene ma, non sarà anche qui come in Italia che alla fine l’intera letteratura è schiacciata sul marketing, e che la parola scritta viene sopraffatta dai nuovi linguaggi visivi. Erofeev protesta vivacemente: «Ogni generazione si fabbrica un proprio panico. Il nostro panico è internet, o il mercato. Ma la letteratura è la prima colpevole! In genere la trovo priva dell’energia che invece si trova oggi in un’opera musicale o cinematografica, nel rap o nella fiction TV. Quando vado ai convegni internazionali di letteratura gli scrittori mi appaiono spesso come spaghetti stracotti... sono esausti. A parte poche eccezioni, come Houellebeck». Insisto su un parallelo tra i nostri Paesi, chiedendo se anche nella letteratura russa dopo il postmoderno, e le opere anticonvenzionali di Pelevin e Sorokin, ci sia un ritorno a forme narrative più tradizionali, a un nuovo realismo. Però Erofeev mostra un certo scetticismo verso queste etichette: «Il fatto è che al centro della letteratura c’è sempre un mistero (che riguarda la condizione umana), e ogni opera letteraria tenta la congiunzione di questo mistero con l’aria del proprio tempo». Sfido il suo ottimismo: nessun intellettuale è più autorevole e in Rete uno vale uno. Davvero questo significa maggiore democrazia? Per la prima volta si incupisce: «L’uguaglianza della Rete è una pseudouguaglianza. Non si possono eguagliare gli stupidi e gli intelligenti, i talentuosi e i senza talento! A me pare che internet segni una epidemia della imbecillità, vedi Donald Trump».

Voltiamo pagina. Per celebrare la Rivoluzione d’Ottobre, il 7 novembre, la piazza Rossa appariva gremita di folla, ma il 70% era di italiani. Un apologo sulla Rivoluzione, no? «Beh - replica lo scrittore russo - se qualche cosa manca a un uomo o a una donna, nella loro vita, se la vanno a cercare - anzi la “rubano” - altrove, in culture ed esperienze di altri Paesi(esperienze che loro non hanno veramente fatto). Il comunismo è un’ottima occasione per questi “furti”. A un convegno a Trieste un professore italiano mi ha detto di amare Putin perché in Italia tutti lo odiano. Bene, io non lo sopporto perché qui tutti ne parlano bene!».

Concludo sull’umorismo, di cui è imbevuta l’intera sua opera. Il genere del romanzo è storicamente legato all’ironia, allo scetticismo, all’esercizio laico del dubbio, da Don Chisciotte e Tristram Shandy fino a Kundera e Rushdie... Erofeev allora mi espone una suggestiva teoria estetica, di cui è geloso: «La mia estetica personale (che vorrei brevettare) la chiamo “intermittente”. Un lettore che legge i miei romanzi li legge a modo proprio. In ogni mia espressione c’è un elemento di commedia e uno di tragedia. Il mio La bella di Mosca non è un romanzo edificante, e anzi se il lettore è un po’ depresso può vederlo come un romanzo nero. Ma se è innamorato potrebbe divertirsi. Quando uscì, nel 1989, c’era ancora l’Unione Sovietica, e collezionò duecento recensioni, tutte negative! In particolare veniva imputato di pornografia, di pescare nel torbido dell’eros più decadente. Poi viene tradotto in tutta Europa. In un paesino olandese una signora si avvicina e mi dice: “Bello il suo libro, ma come mai manca completamente il sesso?”. Insomma l’unica estetica possibile è intermittente o baluginante».