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Le donne ucraine in Italia, lontane dai loro figli

Sono meno giovani di altre immigrate, sono laureate e partono per l'Italia per lo più da sole: tornare indietro, poi, è difficile

«Quasi tutte partono credendo di star via uno o due anni, e poi diventa sempre più difficile tornare indietro», dice Svitlana Kovalska, ucraina, laureata in letteratura russa, che a Roma dirige l’Associazione delle Donne Ucraine Lavoratrici. La presenza degli ucraini in Italia è un po’ oscillante, ma a parte una flessione temporanea nel 2014, tende a crescere. Gli ucraini sono la quarta nazionalità non comunitaria presente nel nostro paese, al quale preferiscono in Europa soltanto la Germania. Nel 2015 erano 230.728, con forti concentrazioni in Lombardia, Emilia-Romagna e Campania. Ma la loro presenza in Italia ha una forte particolarità: per il 79,2 per cento sono donne, quasi sempre lungo-residenti, che rappresentano anche l’80 per cento di tutti gli ucraini occupati in Italia e spesso diventano l’unica fonte di ricavo per la famiglia lasciata nel paese d’origine.

Nel nostro paese, il 69 per cento di chi arriva dall’Ucraina lavora nei servizi alla persona, seguiti dal lavoro manuale non qualificato, con redditi piuttosto bassi a fronte di un livello di istruzione medio-alto. Gli imprenditori ucraini in Italia non sono molti, ma hanno la particolarità di essere per il 56,3 per cento donne, a fronte del 21 per cento di imprenditrici che si conta fra gli altri cittadini non comunitari. A questi dati, raccolti nel rapporto annuale sulla comunità ucraina in Italia del Ministero del Lavoro, bisogna aggiungere quello che ci dice che gli ucraini sono invece ultimi fra i cittadini non comunitari per numero di minori presenti in Italia. In pratica, sono le madri a partire per lavorare, senza portare con sé i figli.

«Non solo si tratta soprattutto di donne, ma sono meno giovani di altre immigrate, hanno in media 45 anni, sono laureate, e partono per l’Italia per lo più da sole», dice Svitlana Kovalska. «A differenza delle donne romene o moldave, di rado portano i figli con sé, e praticano poco anche i ricongiungimenti familiari. Dopo un picco nei ricongiungimenti fra il 2007 e il 2009, tutto è tornato come prima».

A dettare le condizioni nel rapporto delle donne ucraine con i figli è in realtà proprio il mercato del lavoro, che non è lo stesso in tutti i paesi. Nello specifico dell’Italia, le possibilità di impiego sono in gran parte nei mestieri di assistenza alle persone, e le donne ucraine lavorano prevalentemente come badanti, babysitter e collaboratrici domestiche, che spesso vivono presso lo stesso domicilio della persona o della famiglia che assistono. In pratica, le lavoratrici ucraine diventano quel tipo di persona che non può quasi mai “tornare a casa dal lavoro”. La loro vita sociale si concentra più che altro nel fine settimana intorno alla chiesa greco-cattolica e nei parcheggi, nei mercati e nelle stazioni da dove in ogni città italiana si spediscono i pacchi a casa a prezzi stracciati con una fitta rete informale di pulmini: a Milano a Cascina Gobba, a Mantova allo stadio Martelli, a Roma a Piramide, a Napoli in via Benedetto Brin, a Genova nella stazione di Brignole e ai Giardini Reali di Torino.
Per il resto, queste donne non hanno spazi personali in cui rifugiarsi alla fine di una giornata di lavoro, e i contatti con la famiglia lontana sono solo virtuali, di solito in video su Skype per potersi rendere conto che i bambini o i ragazzi stanno crescendo. E poi, i loro mariti hanno molte meno possibilità di trovare lavoro nell’assistenza alle persone, e allora o restano in Ucraina, dove spesso sono disoccupati, o, dice Svitlana Kovalska,«più frequentemente di quanto non si pensi lavorano in altri paesi europei», formando così quelle che si chiamano “famiglie transnazionali”: «la moglie in Italia, il marito in Polonia o Russia o Norvegia». Molti matrimoni naufragano, e le donne emigrate si rifanno una vita nel paese in cui lavorano. Infine, anche quando una coppia resiste a qualche anno di questa vita, e a un certo punto si sente a sufficienza sicura da programmare prima l’arrivo del marito in Italia e poi quello dei figli, i ricongiungimenti non sempre funzionano.

«Per anni, le madri si macerano nel senso di colpa per aver lasciato i figli ai nonni o ai vicini per lavorare, fanno sacrifici per spedire a casa il denaro che serve a mantenerli e farli studiare, ma li viziano anche, cercando di compensare in qualche modo la lontananza, di cui soffrono molto, e di ricompensare i parenti che in Ucraina si occupano di loro», dice Svitlana Kovalska. Ma a casa in Ucraina, col tempo, l’assenza della donna dal nocciolo familiare diventa meno drammatica, i parenti si abituano al tenore di vita garantito dal suo lavoro all’estero, le esigenze dei famigliari crescono – «c’è da cambiare la macchina, da fare una piccola ristrutturazione in casa» – finché tornare in Ucraina dopo qualche anno di lavoro diventa sempre più improbabile. Alcuni figli che raggiungono le madri si adattano, entrano nella scuola italiana e proseguono gli studi. Il 91 per cento di loro è inserito nel sistema scolastico italiano, una percentuale molto alta rispetto alla media del 65 per cento delle comunità di altri cittadini non comunitari: si pensa che questo sia anche dovuto alla forzata assenza delle madri, che devono abitare sul posto di lavoro e affidano i figli alla scuola il più a lungo possibile.

Altri figli, dice Kovalska, «rinunciano e tornano dai parenti in Ucraina». Si creano delusioni e rotture, e i motivi sono tanti: il dialogo fra madre e figlio si è deteriorato durante la separazione, e da un lato i figli si sono abituati a non vivere con la madre, e allo stesso tempo «arrivando in Italia hanno certe aspettative di poter finalmente passare del tempo insieme, cosa che non è possibile perché abitando coi propri datori di lavoro, che quasi mai accettano di alloggiare anche i figli delle loro dipendenti, la donna deve pagare al figlio o alla figlia un alloggio separato, spesso un posto letto o una camera. Si finisce per vedersi poco, magari una volta alla settimana, nel giorno libero». Ci si ritrova dunque sradicati dalla lingua, dal paese e dai parenti in cambio di un ricongiungimento con una madre che in realtà non può esserci. «Molti figli, poi, che ricordano la madre come una professionista, una donna forte, che in Ucraina aveva un certo status sociale, non la riconoscono più nella donna che vedono fare le pulizie».

Il disagio psichico provocato in queste donne dal distacco dai figli e dal loro ruolo sociale ha preso il nome di “sindrome italiana”, una patologia individuata nel 2005 da due psichiatri ucraini, Andriy Kiselyov e Anatoliy Faifrych, che notarono nelle donne rientrate in Ucraina una specifica conseguenza del tipo di lavoro fatto in Italia, e del distacco dai propri affetti per prendersi cura di quelli degli altri. “In Portogallo, come in Spagna, i coniugi ucraini migrano in coppia, partono insieme”, ricorda Svitlana Kovalska. La peculiarità italiana è così forte che, per estensione, oggi viene chiamata “sindrome italiana” anche quella che affligge i figli che vengono lasciati in Ucraina e, paradossalmente, lo stesso tipo di malessere psichico che si presenta anche in donne di altre nazionalità, come quella srilankese, che in Italia fanno mestieri analoghi a quelli delle ucraine.

«Quasi tutte partono pensando di star via uno o due anni, magari per pagare un debito, o per avviare i figli agli studi, e poi restano bloccate qua. Passano cinque, sette anni, e diventa difficile tornare indietro. C’è stato un momento in cui, anche grazie a un programma dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni, le donne hanno cominciano a rientrare in Ucraina attraverso la procedura dei rimpatri assistiti, nel 2012/2013, ma con la guerra hanno smesso». Per guerra gli ucraini intendono la crisi politica del 2014, l’occupazione della piazza centrale di Kiev, la separazione dalla Crimea, le tensioni con la Russia e il conflitto nel Donbass, che ha creato un forte esodo intimo alla ricerca di aree lontane dai combattimenti (quasi un milione di profughi tra sfollati interni ed emigrati all’estero). Poiché queste aree interne più calme esistono, l’Italia continua a considerare l’Ucraina un “paese sicuro”, e questo rende difficile agli ucraini ottenere asilo nel nostro paese, ma non ha impedito alle richieste d’asilo di aumentare dal 2015 in poi. Le richieste di asilo da parte di donne ucraine sono diventate seconde solo a quelle delle donne nigeriane. «Sul lungo periodo, alcune ottengono forme di permesso di soggiorno o di asilo in Italia», ricorda Svitlana Kovalska, «che però limitano la loro libertà di movimento quando, per modello, vorrebbero andare in Ucraina ad assistere i genitori diventati anziani».

Le donne ucraine sembrano lasciar trasparire poco delle lacerazioni emotive a cui sono costrette. Per Svitlana Kovalska «si tengono tutto dentro. Soffrono moltissimo, ma ne parlano di rado, perché si vergognano. Qui a Roma, uno dei pochi posti dove si ritrovano è l’associazione Madri In Preghiera della chiesa greco-cattolica ucraina. Anche noi cerchiamo di far incappare fra di loro donne che hanno tanti problemi in comune, e di metterle in contatto con gli psicologi, ma non abbiamo una sede, quindi non riusciamo a offrire loro un luogo fisico nel quale sentirsi libere di confidarsi».