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Perché in Italia non è vietata l'apologia del comunismo?

Roma, 11 lug – In questi giorni in cui si ricomincia a parlare di leggi contro i simboli del fascismo, più d’uno si è chiesto perché analoga sorte non tocchi anche ai simboli del comunismo. Intendiamoci: non è certamente la chiamata in correità la strada migliore per uscire da questa spirale liberticida. Per noi del Primato Nazionale, ognuno può essere libero di avere il busto di Stalin sulla scrivania, indossare la maglietta di Pol Pot o fondare il partito maoista. Fa semmai un po’ più di rabbia la costante apologia dei crimini legati alle foibe in contesti pubblici e con fondi pubblici, ma anche in questo caso è assai discutibile che sia con leggi ad hoc che si possa porre termine a tale scempio. Chiarito questo punto, resta tuttavia la domanda puramente accademica sulle giustificazioni addotte per vietare i simboli di un regime che fu singolarmente molle con gli avversari politici, dato il contesto dell’era, e non invece quelli della più mortifera ideologia della storia.

Quando ponete tale quesito, la risposta è, inevitabilmente, che in Italia abbiamo avuto il fascismo al potere, non il comunismo. E che quest’ultimo, da noi, è stato un movimento democratico e costituente, laddove il fascismo è stato antidemocratico e anticostituzionale. Altrove il comunismo avrà pure portato dittatura e terrore, ma non in Italia. Un approccio singolarmente storicistico: fascismo e comunismo non sarebbero quindi giudicati per ciò che intrinsecamente sono e rappresentano, ma per le contingenze storiche relative al tragitto politico dell’Italia. Ma c’è un ragionamento ulteriore che si può fare e che riguarda esattamente tali contingenze.

Il comunismo, dunque, da noi non è vietato perché in Italia non abbiamo avuto una dittatura comunista. Ma perché non l’abbiamo avuta? Proprio perché c’è stato il fascismo. Quando nasce il fascismo, l’Italia è in pieno biennio rosso. Un periodo che lo storico Emilio Gentile, non certo tenero con i fascismi, ha descritto mettendo in evidenza “un’ondata di conflitti di classe senza precedenti nella storia del paese, condotti in gran parte dal partito socialista massimalista all’insegna di una imminente rivoluzione per instaurare anche in Italia, con la violenza, la dittatura del proletariato, come annunciava il nuovo statuto che il Partito socialista aveva adottato nel 1919”. In quell’anno, quando i fascisti erano quattro gatti, i socialisti avevano quasi tremila comuni amministrati, più di 150 deputati, leghe e cooperative che mafioseggiavano a tutto spiano, giornali a grandissima tiratura che inneggiavano perennemente alla violenza di classe. Il tutto con l’obiettivo dichiarato e del tutto palese, quindi storicamente incontestabile, di “fare come in Russia”. Se l’Italia non ha conosciuto i gulag, le fucilazioni di massa, il manicomio per i dissidenti, la miseria e la carestia non è stato per la maggiore bontà dei comunisti nostrani rispetto a quelli di altre nazioni, ma solo perché i fascisti hanno politicamente e militarmente impedito questo scempio. Se oggi il comunismo, da noi, appare come una simpatica ideologia di taglio umanitario è solo perché la sua rivoluzione l’ha persa. Un pezzo di storia che l’onorevole Fiano deve aver saltato, a scuola.