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I fattori che limitano la libertà di stampa in Russia

Non a caso mentre in Italia si guarda sempre più al modello russo, da una certa parte del mondo politico trapelano i primi attacchi verbali e le minacce verso il mondo dell’informazione con frasi e parole che mai durante la democrazia italiana si erano ascoltate.

E’ quindi utile rammentare al pubblico italiano quali grossi limiti alla libertà di stampa e di espressione sono presenti nel mondo russo portato ad modello da alcune forze politiche italiane.

La Giornata mondiale per la libertà di stampa è un appuntamento fisso ogni anno il 3 maggio dopo essere stata proclamata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1993. In relazione a questa data, Reporters Without Borders (RSF) pubblica l’annuale indice World Press Freedom, che prende la temperatura del problema a livello internazionale. Nell’indice di quest’anno, la posizione della Russia come numero 148 su 180 paesi è rimasta invariata rispetto al risultato dello scorso anno.

La lettera aperta a Vladimir Putin

Il mese scorso RSF ha pubblicato una lettera aperta al presidente della Russia, Vladimir Putin, nella quale l’ONG spiega in quali settori è necessario un cambiamento in Russia per quanto riguarda la libertà di stampa. RSF sottolinea quanto sia grave la questione affermando nell’apertura della lettera che “la condizione non è stata così grave come lo è ora dalla caduta dell’Unione Sovietica”.

Quali sono i fattori che hanno portato ad un punteggio di libertà così basso della Russia? E in che modo questi fattori sono collegati alla campagna di disinformazione filo-Cremlino, che si rivolge agli stati e alle società straniere così come allo stesso ambiente della Russia?

Politkovskaya e le altre vittime di violenza

RSF prende nota del fatto che “almeno 34 professionisti dei media sono stati uccisi in connessione con il loro lavoro in Russia dal 2000” e che “nella stragrande maggioranza di questi casi, le indagini non sono hanno portato da nessuna parte e i mandanti non sono mai stati identificati” RSF sceglie il quotidiano indipendente Novaya Gazeta, che ha visto tra le sue fila cinque giornalisti assassinati e che ” continua a ricevere minacce “. Uno dei giornalisti che ha pagato con la vita per il suo lavoro giornalistico è stata Anna Politkovskaya, che è stata uccisa dai killer a contratto il 7 ottobre 2006. Nessun tribunale russo ha ancora chiarito chi era responsabile per l’ordine dell’omicidio. RSF sottolinea inoltre che “almeno cinque giornalisti e due blogger sono attualmente detenuti in relazione ai loro rapporti”.

Oltre alla persecuzione e agli attacchi fisici, la professione giornalistica in Russia è sotto pressione per essere screditata e vessata dalle leggi draconiche; RSF individua specificatamente le leggi contro la diffamazione, l’antiestremismo, “offendendo i sentimenti dei credenti religiosi” e su come la loro “ampia e vaga formulazione consenta loro di essere utilizzati in modo selettivo e arbitrario”. Con riferimento alla famigerata legge russa sugli agenti stranieri, RSF esprime preoccupazione per il fatto che la “criminalizzazione della società civile non ha risparmiato le ONG che sostengono i media e difendono la libertà di stampa”.

RSF descrive anche l’ambiente mediatico complessivo dominato dai canali televisivi controllati dal governo, che “estrapolano propaganda che alimenta un clima di odio e paranoia nei confronti della società civile e abbatte gli standard giornalistici”. In altre parole, l’idea stessa che un giornalista possa essere indipendente è indebolita quando i giornalisti sui canali televisivi controllati dallo stato dominanti agiscono semplicemente come produttori di propaganda, mentre il sospetto viene sistematicamente gettato su giornalisti indipendenti che lavorerebbero come “agenti stranieri”, cioè nell’interesse dei governi stranieri.

Pressione politica sui proprietari dei media

RSF fa riferimento a due casi in cui i proprietari di media privati hanno licenziato i redattori capo dopo pressioni politiche. Uno è il caso del portale di notizie online Lenta.ru, il cui editore capo, Galina Timchenko, è stato licenziato in seguito alla copertura della guerra russa in Ucraina. L’altro caso evidenziato è quello di un’altra società di media, RBC, i cui redattori capo sono stati licenziati dopo che avevano scoperto legami tra il Cremlino e i russi i cui nomi apparivano nei Panama Papers. Piuttosto che richiedere pubblicamente la punizione dei giornalisti, le autorità della Russia hanno fatto pressioni sul proprietario della RBC aprendo audit contro altre compagnie che controllava. Vale la pena notare che in entrambi questi casi i media in questione hanno avuto un grande successo; una circostanza che raramente vedrebbe i proprietari licenziare i top manager in un normale contesto di mercato dei media.