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Se la Russia entrasse nell’Ocse

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Secondo l’Eurostat nei primi sei mesi del 2017 l’importazione di beni dalla Russia nei paesi dell’Unione Europea è aumentata del 34,2 per cento, mentre le esportazioni verso Mosca hanno fatto registrare un +23,9. Più in dettaglio, da gennaio a giugno la Russia ha esportato merci per circa 75,1 miliardi di euro verso i 28 stati dell’Unione, laddove nello stesso periodo del 2016 l’ammontare dell’export era stato pari a 56 miliardi. Di contro l’Europa ha venduto alla Federazione merci per 41,6 miliardi, contro i 33,6 dell’anno precedente. Mosca si conferma così il quarto partner commerciale dell’Unione Europea dopo Stati Uniti, Cina e Svizzera.

Ma il dato più importante è un altro: nonostante il persistere delle sanzioni e un quadro internazionale incerto, a cui si aggiungono le ondivaghe dichiarazioni dei leader europei in merito alle relazioni con il Cremlino, l’economia reale sembra anticipare decisioni politiche volte alla normalizzazione dei rapporti che tardano ad giungere. È noto, d’altronde, come il regime sanzionatorio abbia colpito soprattutto le piccole e medie imprese e settori politicamente “fragili” come l’agricoltura, mentre le grandi aziende hanno saputo arginare le limitazioni commerciali.

Il discorso non vale solo per l’Italia. Anche un paese come la Francia, che vanta solidissime relazioni culturali, politiche ed economiche con la Russia, ha visto diminuire sensibilmente la capacità di penetrazione delle proprie aziende medio-piccole. Solo la Germania, grazie alla sua politica orientale decisamente ambivalente, ha mantenuto una presenza strutturata sul mercato russo, con oltre 6 mila imprese attive di varie dimensioni. La ripresa degli scambi in atto va tuttavia accompagnata politicamente, tanto più che lo squilibrio della bilancia commerciale a favore di Mosca si è fatto più evidente, anche in virtù dei settori strategici che legano indissolubilmente l’Europa con la Federazione russa. È noto come l’interesse di Putin, in questa fase, sia più concentrato sull’attrazione di investimenti diretti europei che sull’implementazione dell’import-export: un simile atteggiamento va modellato in una forma coerente ai nostri interessi. Oggi il primo investitore europeo in Russia è proprio la Francia, che nel 2016 ha fatto affluire, tramite le sue multinazionali, capitali per 2.018 milioni di dollari, surclassando ampiamente gli altri partner dell’Unione. Presto, però, anche tutti gli altri paesi seguiranno, grazie alle facilitazioni predisposte dal Cremlino a beneficio degli investitori.

Alla conquista della Siberia
La questione deve essere affrontata non soltanto in un’ottica economica, ma anche e soprattutto geopolitica e geostrategica. Il contesto internazionale potrebbe essere favorevole, se davvero il nuovo corso di Trump imporrà un progressivo disimpegno statunitense rispetto al blocco eurasiatico, e di esso potrebbe beneficiare proprio l’Europa. Purtroppo, alla capacità di analisi dimostrata dal pensiero strategico anglosassone a proposito di questioni eurasiatiche (basti pensare ad autori quali Mackinder, Homer Lea, Isaiah Bowman, Spykman, Kennan, Brzezinski, Kissinger) fa da contraltare nell’Europa continentale una diffusa ignoranza da parte delle classi dirigenti circa le opportunità di cooperazione offerte dalla dimensione eurasiatica. La Russia, per conformazione culturale e geografica, è il ponte naturale tra l’Europa occidentale e l’Asia, e ad essa occorre relazionarsi in quest’ottica. Il settore dei trasporti in generale, e quello dei trasporti ferroviari in particolare, potrebbero essere il terreno privilegiato di una partnership euro-russa attenta alla dimensione eurasiatica: basti pensare alle ampie distese della Siberia orientale, ricche di materie prime ma sottopopolate, ambito ideale per una cooperazione strategica in cui i paesi europei potrebbero apportare capitali, tecnologie e know-how. Da tempo Ferrovie dello Stato ha avviato un’azione di penetrazione in questo senso.

Un convegno a Parigi
Attualmente le principali strutture intergovernative eurasiatiche sono l’Unione economica eurasiatica (costruita sul modello dell’Unione Europea), l’Organizzazione di Shanghai (della quale fanno parte tutte le principali potenze asiatiche e che persegue soprattutto obiettivi di sicurezza e lotta al terrorismo) e il gruppo dei Brics. Ad esse, soprattutto se nel prossimo futuro dovesse essere ridimensionato il ruolo della Nato, potrebbe essere affiancato un potenziamento dell’Ocse. Oggi, con mezzi relativamente scarsi, l’Ocse si occupa principalmente di inviare osservatori internazionali in occasione delle competizioni elettorali e di promuovere lo Stato di diritto. In queste settimane, però, è in corso una discussione, in vari circoli diplomatici, volta proprio a rilanciare il processo di adesione di Mosca all’Ocse, la quale ha svolto, pur tra mille difficoltà, un ruolo importante nel Donbass e a Lugansk nel corso della crisi ucraina. Dell’Ocse peraltro fanno parte anche gli Stati Uniti: potrebbe essere il terreno adatto a ridefinire una piattaforma di relazioni multilaterali equilibrate tra Russia, Europa e America, qualora si procedesse a un rafforzamento del suo ruolo politico e militare.

Anche di questo hanno parlato il 29 agosto a Parigi il ministro dello Sviluppo economico russo Maksim Oreshkin e il segretario generale della stessa Ocse Ángel Gurría, in un convegno programmato proprio per «discutere della cooperazione in corso tra Russia e Ocse», secondo quanto riferito in un comunicato ufficiale del governo di Mosca.