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Petrolio, all’Opec ormai comanda la Russia

Da mezzo secolo è l’Arabia Saudita che conta tra i grandi paesi produttori di petrolio. Da qualche tempo, complici anche i provvedimenti drastici intrapresi dal nuovo corso del principe bin Salman per rimodernizzare il paese ricco di risorse petrolifere, epurando le “mele marce” dell’establishment e del mondo aziendale del Regno del Golfo.

Anche se le decisioni e i rumor sui possibili accordi stretti durante le riunioni dell’Opec continuano a influenzare l’andamento dei prezzi del greggio, non è più l’opinione dei sauditi a contare più delle altre, bensì quella di un paese che non appartiene nemmeno al cartello dei massimi esportatori di oro nero: la Russia.

È il Cremlino e in particolare il suo navigato presidente Vladimir Putin a dettare la politica dell’Opec. In un editoriale di Bloomberg che porta la firma di Javier Blas ed Elena Mazleva, si osserva come “da quando la Russia ha stretto un patto con l’Opec per la riduzione dei livelli di produzione un anno fa, Putin è diventata la personalità più influente del gruppo” dell’Opec.

Un funzionario dell’Opec, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, ha dichiarato che è il leader russo a comandare e “prendere le decisioni” in seno al cartello. L’influenza sempre maggiore del Cremlino in seno all’Opec rispecchia una strategia di politica estera che è pensata per contrastare le mire statunitensi nel mondo. Non solo con operazioni di intelligence, ma anche attraverso alcune operazioni militari mirate, con l’arma della diplomazia e tramite misure di stampo economico.

La strategia della Russia, che può contare su una miniera di risorse naturali (in particolare il gas), per ora sembra funzionare,. Secondo Helima Croft, un ex analista della CIA che dirige ora la divisione di strategia delle materie prime presso RBC Capital Markets, “Nel settore energetico Putin è ormai lo zar del mondo“.

Putin potrà fare valere la sua posizione di forza al prossimo meeting del 30 novembre in cui l’Opec dovrebbe prolungare ulteriormente il piano di tagli alla produzione di barili, volto a ridare slancio ai prezzi, che – nonostante i rialzi recenti, dovuti più che altro ai guasti a un grossa pipeline del Canada (Keystone) – sono in costante ribasso da tre anni e mezzo.