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Sanzioni Russia: l’impatto sulle aziende italiane

ROMA (WSI) – Matteo Salvini lo ha annunciato: “Se divento premier tolgo le sanzioni alla Russia“. Una espressione che non è certo passata inosservata in una fase molto delicata dei rapporti tra Mosca e Occidente segnati dal Russiagate e dal caso Skripal, l’ex agente segreto russo avvelenato in Gran Bretagna.

L’Italia è il paese europeo che più di tutti deve temere però l’ira del Cremlino visti i non pochi interessi economici e commerciali che ci sono oggi e considerando che siamo il secondo partner commerciale della Russia in Europa, dopo la Germania, nonché il quarto a livello mondiale. Fino a inizio 2017, secondo i dati Istat/Eurostat relativi al 2016, il trend delle esportazioni italiane nella Federazione Russa era in crescita, con 10,8 miliardi di euro mentre le importazioni ammontano a circa 20 miliardi di euro, principalmente nel settore degli idrocarburi e delle materie prime. Le esportazioni Made in Italy in Russia invece come sottolinea la Coldiretti sono state di poco inferiori a 8 miliardi nel 2017, circa 3 miliardi in meno del 2013, l’anno precedente all’introduzione delle sanzioni.

A ciò si aggiunge la presenza di oltre 400 imprese italiane in territorio russo e circa 70 stabilimenti produttivi realizzati nella Federazione. Gli investimenti più considerevoli? Sicuramente nel settore dell’energia con Eni e Enel, a seguire  i settori aerospaziale e telecomunicazioni, con Finmeccanica e quello degli elettrodomestici, Indesit fino ad altre importanti realtà made in Italy come Ferrero e Cremonini, Iveco, Pirelli e Gruppo Marcegaglia. Anche il settore bancario ha una certa capillarità in Russia con al momento otto banche presente, in primis Intesa Sanpaolo e Unicredit.

Il leader della Lega ha azzardato dieci miliardi di euro di perdite per l’economia italiana con le sanzioni alla Russia. La cifra esatta non si conosce certo è gli interessi commerciali ed economici sono innegabili e in caso di rapporti incrinati l’Italia dovrà per forza di cose rivolgersi altrove e questo magari è visto un bene in termini di dipendenza specie dal gas russo ma non è così semplice, né tantomeno veloce mentre veloce è l’impatto delle sanzioni sulle aziende italiane.

A tutto ciò va aggiunta anche un’ultima importante considerazione. Il Cremlino, come ha reso noto il ministro russo dell’Energia Aleksandr Novak, potrebbe usare la moneta nazionale o addirittura le criptovalute (e non più euro o dollari) per effettuare i pagamenti per le operazioni con al centro il petrolio per adesso solo con l’Iran e la Turchia ma non si esclude in futuro anche ad altri paesi.