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Il grande affare degli iPhone ricondizionati

In Europa ogni anno milioni di tonnellate di elettrodomestici diventano spazzatura. L’Unione europea calcola che entro il 2020 dovrà fare i conti con 12 milioni di tonnellate tra frigoriferi, lavatrici, televisori, cellulari, computer, neon sbattuti fuori di casa. Sono i cosiddetti Raee: rifiuti da apparecchi elettrici ed elettronici. Sono un problema per l’ambiente, come tutti gli scarti, ma aggravati dal fatto che spesso contengono materiali pericolosi.

E sono una risorsa, per chi sa guardare oltre le apparenze. Perché per funzionare contengono dosi di terre rare, elementi che, come dice il nome, sono difficili da trovare in natura e potrebbero esaurirsi. Secondo la Ue circa il 10% dell’oro estratto ogni anno nel mondo finisce in apparecchi elettrici.

Riciclare i Raee è diventato un affare e la Ue ha dettato regole stringenti per la raccolta.

In Italia chi opera in questo settore fa riferimento al Centro di coordinamento Raee (Cdc), sottoposto al controllo del ministero dell’Ambiente. Nel 2016 la raccolta di rifiuti elettronici nella filiera ufficiale del Cdc è aumentata del 14% a oltre 283mila tonnellate, anche se ancora molti apparecchi sfuggono ai canali puliti e finiscono nello smercio in nero. Il riciclo dei cosiddetti “grandi bianchi”, come lavatrici, lavastoviglie e forni, è la fetta cresciuta di più nell’ultimo anno, ma migliora anche quella dei piccoli elettrodomestici, che comprende anche i telefonini.

Gli smartphone sono miniere di metalli e terre rare e rappresentano un boccone ghiotto per la filiera del riciclo. E-Waste Lab e Politecnico di Milano hanno calcolato che in uno smartphone ci sono, tra gli altri elementi, 9 grammi di ferro, 250 milligrammi d’argento e 24 di oro, un grammo di terre rare, per un valore commerciale di 195 milioni di euro calcolati su 35 milioni di cellulari venduti nel 2014 in Italia. E dato che, numeri Deloitte, solo il 28% degli italiani dichiara di cambiare cellulare per necessità, mentre la maggioranza fa shopping per questioni di gusto, nelle case del Belpaese almeno 120 milioni di smartphone fanno la polvere, ormai inutilizzati. Potenziali rifiuti, potenziali miniere inermi.

Di conseguenza sta crescendo il mercato degli smartphone e dei tablet rigenerati. Ossia apparecchi usati che vengono rimessi in commercio. “Un device ricondizionato ha un impatto ambientale minore rispetto a un prodotto nuovo: per la produzione di uno smartphone vengono emessi circa 94 chilogrammi di CO2 dei quali l’88% sono direttamente correlati ai cicli produttivi e al trasporto del dispositivo”, spiegano da Ricompro, specializzata nella vendita di elettronica rigenerata.

La società ha acceso i motori da pochi mesi, tanto che il contratto è ancora sotto la Milky Ways Ventures, società di diritto irlandese, mentre si sta completando l’avviamento delle attività in Italia.

Ricompro ha un modello di business diverso da altre società che operano nello stesso settore. “La maggior parte degli italiani compra ancora in negozio”, spiega il titolare, Fabian Thobe. Ed è nei negozi che Ricompro punta a smerciare i cellulari che raccoglie via internet, scegliendo quali riparare solo dopo averli sottoposti all’esame di un tecnico esterno. “Abbiamo fatto due round di investimenti per un totale di 200mila euro e siamo già profittevoli in dodici mesi. Entro l’anno contiamo di giungere a vari milioni di euro di fatturato”, aggiunge Thobe.

Iphoneme è una società romana e ogni giorno gestisce circa 150 cellulari ricondizionati. “Abbiamo iniziato nel 2012. La gente non si fidava dell’usato, ma ora il mercato si è espanso”, racconta l’amministratore unico della società, Laura Di Giambattista. “Il bello sarebbe giungere a una diffusione come negli Stati Uniti, dove i negozi di cellulari ricondizionati si trovano per strada”, aggiunge. Iphoneme acquista smartphone già rigenerati, da fornitori in Regno Unito, Francia, Germania e Spagna, per un giro d’affari di circa 9 milioni di euro.

Anche Green Idea Technologies lavora con fornitori in Europa. “In Regno Unito, Svezia e Germania ci sono i più grossi”, precisa Alejandro Agüero Lara, uno dei fondatori della startup che Aster (la società dell’innovazione per l’Emilia Romagna) ha selezionato tra le 29 da presentare all’ultima edizione di Research to business, una fiera della tecnologia che va in scena a Bologna. Le stesse mappe disegnate da Eurostat sul movimento di rifiuti pericolosi e inquinanti nel vecchio continente, tra cui le parti di cellulari, mostrano un flusso in uscita dall’Italia verso la Germania, dove è fiorita l’industria del ricondizionato. Il giro d’affari sta crescendo anche in Paesi come Ucraina e Polonia ma, avverte Lara, “molte di quelle officine non hanno i certificati ambientali”. E sono i certificati verdi a fare la differenza in questo mercato, “perché garantiscono risparmio economico e ambientale”, aggiunge Lana.

Tuttavia, con un mercato che secondo Deloitte lo scorso anno ha sfiorato un valore di 17 miliardi di dollari a livello generale e di 120 milioni di apparecchi rigenerati, gli smartphone di seconda, terza o quarta mano sono un’occasione ghiotta anche per chi ha tutt’altre intenzioni che il rispetto dell’ambiente. “Prevediamo che almeno il 10% degli smartphone premium (da 500 dollari o più) nuovi venduti nel 2016 potrà avere fino a tre o più padroni prima che sia ritirato e potrà essere utilizzato attivamente ancora nel 2020 e oltre”, mette nero su bianco uno studio di Deloitte. La stessa analisi evidenzia che “a Singapore circa un quarto degli smartphone è rivenduto, mentre in Norvegia, Italia, Russia e Finlandia solo il 5% è venduto o scambiato”, ma Deloitte si attende “nel tempo molti mercati assisteranno a un sostenuto aumento dell’interscambio”.

D’altronde, aggiunge Greenpeace, “anche se gli apparecchi elettronici venissero prodotti in modo più efficiente – usando una proporzione più alta di energie rinnovabili, con un pieno riciclo dei rifiuti elettronici per ridurre al minimo l’estrazione di materia prime e senza ricorrere a sostanze pericolose laddove possibile – il modello corrente di continuo aumento del consumo di device elettronici resterebbe comunque insostenibile”. Tonnellate di rifiuti elettronici finiscono in Africa, in immense discariche a cielo aperto dove migliaia di disoccupati sezionano la spazzatura alla ricerca di pezzi e materiali ancora buoni da rivendere sul mercato, in cambio di stipendi da fame.

Un rapporto sviluppato dai membri della convenzione di Basilea, Where are Weee in Africa?, dimostra che in Ghana e Nigeria i cimiteri dei Raee un raccoglitore di scarti elettronici guadagna da 0,22 dollari al giorno a 9,50, spesso da dividere con il resto della famiglia. I container partono dai porti di Antwerp e Amsterdam, spesso nascosti dietro falsi codici doganali o persino con l’indicazione di “materiale per beneficenza”, che al contrario alimenta un esercito di nuovi schiavi. I pezzi raccolti dalle discariche finiscono in un mercato semi-legale di officine di rigenerazione, che ad Accra e Lagos genera circa 30mila posti di lavoro.

Per Thobe, tuttavia, i cellulari rigenerati possono risolvere un altro problema nascosto. Quello dell’obsolescenza programmata degli apparecchi e, in particolare, dei software. “Se non posso aggiornare i programmi, sono a azzardo”, osserva il titolare di Ricompro. Da una proiezione aziendale emerge come per iPhone7 l’ultimo aggiornamento disponibile arrivi a meno di un anno, mentre il 6 e il 6s in due anni. E tutto questo mentre il valore si mantiene sino alla metà entro diciotto mesi dall’acquisto e con margini dal 25% al 35% per chi smercia i ricondizionati. Tanto che Thobe si domanda: “Compriamo da decenni macchine usate. Perché non lo facciamo con i cellulari?”.